associazionismo

amartya senNella “Nostra vita di tutti i giorni, ci consideriamo membri di una serie di gruppi, e a tutti questi gruppi apparteniamo. La cittadinanza, la residenza, l’origine geografica, il genere, la classe, la politica, la professione, l’impiego, le abitudini alimentari, gli interessi sportivi, i gusti musicali, gli impieghi sociali e via discorrendo ci rendono membri di una serie di gruppi. Ognuna di queste collettività, a cui apparteniamo simultaneamente, ci conferisce un’identità specifica. Nessuna di esse può essere considerata la nostra unica identità, o la nostra unica categoria di appartenenza (…) Considerare una persona saldamente incastrata in un’affiliazione, e in una soltanto, annulla i complessi intrecci fra molteplici gruppi e fedeltà multiple, rimpiazzando la ricchezza di una vita umana piena con una formula circoscritta che insiste sul fatto che ogni persona è “collocata” soltanto in un unico compartimento organico.”
Amartya Kumar Sen, Identità e violenza, 2006

Pressoché unanime è la convinzione, tra gli stranieri, che le proprie chance di collaborazione sono notevolmente aumentate in seguito all’adesione a realtà e spazi di coordinamento inter-associativo. Il riferimento di gran lunga più citato è quello del Centro interculturale Zonarelli.
“Dalla fondazione dello Zonarelli abbiamo rapporti con una quantità elevata di associazioni.” “Il personale del Centro Zonarelli ci dà una mano.”
“Prima di aderire nello Zonarelli, non sapevo dove trovare le informazioni […] Lo Zonarelli è una ‘boccata d’aria’ per noi.”
Gli intervistati raccontano che utilizzano spesso l’archivio del Centro e che le sedute bimestrali garantiscono un contatto permanente con le altre associazioni.
“La partnership ci ha fatto crescere come associazione [di stranieri], portandola allo standard richiesto dall’amministrazione pubblica. Abbiamo poi capito come funziona il mondo associativo italiano. Siamo anche cresciuti a livello personale. Oggi so un po’ di più sulla società italiana avendo frequentato cittadini italiani attraverso il rapporto tra associazioni.”
“Le collaborazioni che abbiamo avuto sono sempre state al di là delle nostre aspettative.”
“Abbiamo imparato molto da loro [stranieri]. Abbiamo imparato il loro modo di funzionare, le difficoltà che incontrano. Questo ci ha permesso, col tempo e l’esperienza maturata, di trovare delle soluzioni.”
“Far parte di un’associazione permette di uscire di casa, fa esprimere, fa acquisire competenze. L’associazionismo è un ambiente protetto per le donne straniere immigrate.”

Un altro interlocutore insiste sull’importanza di sviluppare l’esperienza della mediazione e del dialogo interculturale.

“Va migliorata la comunicazione tra associazioni, devono comprendersi meglio”, le realtà devono aprirsi le une alle altre affinché trovi soddisfazione il desiderio di portare il proprio contributo alla società, attraverso la propria cultura, che è vissuto da molti immigrati. Un altro aggiunge che, in prospettiva, le associazioni di stranieri dovrebbero aprirsi maggiormente, nel senso che gli italiani dovrebbero potervi aderire per capire così le loro culture, le loro difficoltà e rivendicazioni; diversamente, queste associazioni rischiano di trasformarsi di fatto, per sopravvivere, in “club esclusivi, in ghetti”.
Altri considerano che tale apertura sia necessaria da entrambe le parti: “Comunicare con una realtà culturale diversa è sempre un po’ difficile. […] Ma credo che questa difficoltà esiste sia presso gli stranieri che presso gli italiani.”
Altri ancora tengono ad evidenziare che la differenza di punti di vista è “un bene nella collaborazione… ognuno ha il suo modo di lavorare, noi diamo per scontata la differenza, la diversità non ci impedisce di andare avanti”.
– Alcune realtà italiane che operano al livello internazionale osservano, inoltre, che le associazioni degli stranieri – specie quelle comunitarie – con cui collaborano a Bologna non hanno sempre una sensibilità sovranazionale.
“La nostra associazione svolge attività non solo qui a Bologna ma anche in Africa. Dunque chiedo almeno che le associazioni straniere
con cui lavoro abbiano uno sguardo verso il loro Paese di origine”.
Sperimentare nuove forme di connessione tra i mondi del prima e quelli del dopo la migrazione, tramite il protagonismo degli stessi migranti, è il desiderio di miglioramento auspicato da questi soggetti.
– Nei racconti di un paio di intervistati prende forma un’altra possibile miglioria: si riferisce agli aspetti formali ed organizzativi interni delle associazioni, richiama la sopramenzionata manca corrispondenza, in taluni casi, tra dettami statutari e prassi e si augura una sorta di più efficace ruolo di controllo e garanzia da parte dell’ente pubblico al fine di dare fondatezza ai soggetti del Terzo settore – con particolare riguardo per quelli degli stranieri – ed alle relazioni tra di loro.
“La nascita di un’associazione dovrebbe essere sottoposta a dei criteri molto precisi. Ci deve essere un controllo iniziale e, alla fine, ci deve essere un riconoscimento a seconda del lavoro svolto. Così li aiutiamo a crescere secondo le regole della città. Non possiamo lasciarli da soli. Perché ci sono delle associazioni in cui non ci sono elezioni del presidente, non c’è democrazia. […] Va controllata la corrispondenza tra statuto e attività.”
Sulla stessa lunghezza d’onda è il rilievo di un intervistato in merito alle varie ‘liste ufficiali’ delle associazioni depositate ed in uso presso gli Enti locali. “Ci sono realtà iscritte ma che in realtà non esistono, e realtà molto operative e che interagiscono veramente ma che ‘non sono note’ alle istituzioni. Questo problema va risolto.”

da L’ASSOCIAZIONISMO DEGLI IMMIGRATI A BOLOGNA E PROVINCIA: TRA IDENTITA’ E INTEGRAZIONE?
Report di ricerca sociale A cura dell’Osservatorio provinciale delle Immigrazioni ( Raffaele Lelleri e Jean-Corneille Batamio jr)
SCARICA IL REPORT IN FORMATO PDF