integrazione come processo

di Fausto Amelii

(diversità s. f. [dal lat. diversĭtas -atis]. – L’esser diverso, non uguale né simile: d. d’aspetto, di colore; d. di opinioni, di gusti; d. biologica, lo stesso che biodiversità. Anche, ciò per cui due o più cose sono diverse: notare le d.; queste d. vanno scomparendo. Treccani)

Dalla diversità all’incontro, dalla conoscenza al dialogo

Sono presenti oggi a in Emilia-Romagna persone provenienti da più di 150 paesi, che parlano quasi altrettante lingue e portatrici di una varietà sterminata di tradizioni culturali. Aumentano sempre di più i figli nati qui di famiglie immigrate. La multiculturalità è quindi una caratteristica della nostra società. Si tratta del risultato di un processo, i cui esiti appaiono sempre più strutturali e permanenti. Il dialogo interculturale è un concetto che definisce uno specifico “progetto” di interazione, di comunicazione e di trasformazione della società contemporanea. Un progetto interculturale assume il carattere di mediazione fra le diverse culture presenti in un territorio: mediazione non riduttiva degli apporti culturali diversi, bensì animatrice di un continuo e produttivo dialogo.

In questa ottica la diversità culturale va pensata quale valore in sé e risorsa positiva per i complessi processi di crescita della società e delle persone: come promozione delle capacità di convivenza costruttiva in un tessuto culturale e sociale multiforme. Questa prospettiva implica come condizione necessaria l’accettazione ed il rispetto della diversità, ma ancor di più e meglio, propone il riconoscimento delle identità culturali nella quotidiana ricerca di dialogo, in una prospettiva di reciproco arricchimento.

Obiettivi del progetto

A 10 anni dal primo monitoraggio della Regione sui Centri Interculturali (2003) – che diede il là al lavoro della Rete – il progetto propone di avviare insieme una riflessione su come sono cambiati i Centri Interculturali, capire quali servizi erogano ora, a chi si rivolgono e dunque procedere anche ad una loro ridefinizione sulla base delle rilevanti mutazioni demografiche e sociali che in questi anni hanno caratterizzato i territori. Una seconda esigenza è quella di rinserrare le fila ed essere più efficaci nella comunicazione. Essere più visibili come Rete dei Centri.

Essere più risorsa per il sistema dei servizi. Si tratta quindi di una descrizione aggiornata di cosa sono oggi i centri interculturali. Per raggiungere questo obiettivo abbiamo avviato un monitoraggio (con specifica scheda per ogni Centro) per capire come sono cambiati in questi 10 anni, chi sono i loro principali stackholders, i servizi che erogano abitualmente, le priorità su cui stanno lavorando e con quali mezzi, su quali lavoreranno nei prossimi anni, nonché l’individuazione di alcune aree tematiche strategiche.

Il risultato, presentato e discusso nell’ambito di un meeting regionale rivolto ad amministratori ed operatori, è qui proposto in sintesi. Il progetto si configura come una vera e propria azione-ricerca sull’efficacia sociale dell’azione dei centri interculturali dell’Emilia-Romagna. La ricerca dovrebbe produrre una più sistematica conoscenza della realtà dei centri, della loro azione, dei target, della governance, del ruolo dell’associazionismo; tale conoscenza dovrà essere orientata alla valutazione del patrimonio che essi costituiscono e alle linee di indirizzo che definisca la loro funzione e il loro ruolo nel contesto sociale e demografico attuali. Parallelamente si procederà alla elaborazione di un piano della comunicazione mirato a dare alla rete identità e consistenza a livello comunicativo. Grazie ai nuovi media e a nuove possibilità di utilizzare una gamma di strumenti capace di toccare target sin qui rimasti ai margini o comunque non coinvolti.

Mutamenti demografici e processi migratori

Per quanto l’immigrazione straniera sia un fenomeno molto recente è possibile distinguere tre fasi principali.

All’inizio degli anni ottanta risalgono i primi inserimenti consistenti di lavoratori egiziani nelle fonderie e nei cantieri edili in provincia di Reggio Emilia. La prima fase dell’immigrazione è quindi quella degli anni ottanta quando il fenomeno è ancora molto contenuto: al di sotto delle 30.000 unità e dell’1% della popolazione residente. I paesi di provenienza sono quelli nordafricani e si tratta in particolare di maschi adulti.

La seconda fase è quella degli anni novanta, in particolare dell’emergenza che in seguito agli sconvolgimenti politici dell’Europa Orientale vede crescere l’afflusso dai Balcani (soprattutto dall’Albania). L’immigrazione straniera si avvicina alle 100.000 unità e la percentuale femminile raggiunge il 40% del totale.

La terza fase è quella dal 2000 a oggi, in cui i ritmi di crescita del fenomeno superano il 10% annuo; l’immigrazione tende a stabilizzarsi anche per effetto dei ricongiungimenti famigliari e delle nascite, la percentuale femminile raggiunge il 50%, cresce molto rapidamente la presenza di bambini stranieri nelle scuole. Le aree di provenienza, oltre all’Africa e all’Europa Orientale, si estendono all’Asia e all’America Latina.1

La varietà dei paesi di provenienza degli immigrati costituisce una peculiarità dell’immigrazione nel nostro Paese. In Italia gli stranieri regolarmente presenti provengono da ogni area del mondo: dagli ex paesi in transizione (la cosiddetta Europa dell’Est) in maggior misura, dall’Africa settentrionale, dall’Asia, dal Centro e dal Sud America. L’Italia, da terra di passaggio, è divenuta un paese in cui gli immigrati sono ormai una componente strutturale della società, seppure ancora – in certi contesti territoriali – non completamente integrata.

“L’alta frammentazione tra i paesi d’origine viene vista come una condizione che potrebbe, a priori, ridurre il rischio di ghettizzazione in quanto favorisce assai meno l’eventuale formazione e l’affermarsi di forti minoranze compatte, prevalenti rispetto alle altre: un fattore intrinseco che riduce preventivamente il rischio della formazione di ghetti culturali, religiosi e metropolitani, fortemente connotati etnicamente. Allo stesso tempo, invece, può favorire, in misura maggiore che altrove, il nascere di un “comune denominatore” nella componente di origine straniera della società italiana, nella quale il fattore unificante è l’aspirazione all’effettiva cittadinanza.”

“Per quanto innegabile che uno dei motori principali dell’immigrazione sia la ricerca di condizioni di vita migliori, è anche vero che bisogna chiedersi perché una volta lasciato il proprio paese un migrante scelga una destinazione piuttosto che un’altra, pur in presenza di mete pressoché equivalenti. L’Emilia-Romagna, e l’Italia in generale, rientrano tra quei territori che evidenziano questa necessità; in Emilia-Romagna esiste uno squilibrio generazionale, risultato di più di 30 anni di declino della fecondità che, tra l’altro, si è verificato prima che nel resto d’Italia e che negli ultimi anni si è arrestato, anche grazie al contributo alla fecondità delle donne immigrate.”

È possibile affermare che il ruolo degli immigrati nel mantenimento degli stock di forza lavoro sia destinato a crescere in funzione della quota crescente di baby-boomers che si ritirerà nei prossimi anni dalla forza lavoro e che non potrà essere sostituita da forza lavoro nazionale a causa degli squilibri demografici generazionali.2

L’emergere della tematica interculturale

L’attenzione per i processi interculturali nasce in epoca moderna negli anni ’60 negli USA e nel Canada, paesi nei quali si iniziano anche produrre un grande numero di studi e ricerche su questo tema. L’antropologia culturale aveva già da tempo posto temi e problemi relativi all’incontro tra culture. Ma alla fine degli anni ’60 e pienamente negli anni ’70 il tema viene assunto come cruciale per la società contemporanea e ed entra nel dibattito politico.

Oggi il mondo occidentale è alle prese con problemi sia nuovi sia vecchi ma le cui dimensioni crescono enormemente. Fenomeni quali l’immigrazione, la cooperazione internazionale, la globalizzazione delle comunicazioni, dell’economia ed in misura non certo trascurabile, dei conflitti, obbligano ad una attenzione che appare subito strategica per il mondo occidentale. In tal senso occorre ricordare che molti studi e ricerche sul tema del rapporto tra culture diverse originano da guerre e dalla necessità degli eserciti di rapportarsi a popolazioni dei paesi occupati, per esempio gli americani in Giappone alla fine della seconda guerra mondiale.

In Italia la prima fase di attenzione nasce nel mondo cattolico legato in gran a parte all’attività missionaria della chiesa e delle organizzazioni cattoliche in generale. Successivamente lo sviluppo della cooperazione internazionale ha richiesto sempre di più una crescente comprensione dei fattori culturali legati allo sviluppo e al rapporto tra le organizzazioni e i paesi che portavano aiuto e le culture dei paesi destinatari degli interventi. A partire degli anni 80 l’interesse per l’intercultura si è sviluppato in Italia in relazione alla immigrazione dal Maghreb e dall’Africa sub sahariana, a partire dalla scuola e dai problemi posti dall’integrazione scolastica dei figli degli immigrati e dall’insegnamento dell’italiano a stranieri. Nasce la figura del mediatore interculturale.

A partire dalla fine degli anni ’90 e in maniera crescente, per effetto della globalizzazione economica, dello sviluppo delle comunicazioni e dei trasporti, una tendenza crescente da una parte alla globalizzazione del mercato del lavoro con la delocalizzazione delle lavorazioni in mercati più vantaggiosi e con l’immigrazione di forza lavoro necessaria alla mutazione in senso globalistico dell’economia italiana. In una prima fase per esempio la crisi del sistema di welfare in Italia crea le condizioni per una massiccia “importazione “ di mano d’opera a basso costo dall’Europa dell’est. Nello stesso periodo le aziende tessili installano in Romania lavorazioni con vantaggi economici enormi ma contemporaneamente inizia un flusso continuo e crescente di immigrazione di mano d’opera in Italia proveniente dalla Romania. Tutto ciò produce in un tempo relativamente breve, poco più di un decennio, fenomeni radicalmente nuovi per i quali si impone una attenzione seria al tema dell’intercultura. Parallelamente il mondo economico (banche e aziende) è sempre più interessato alle tematiche interculturali come fattore ineludibile dello sviluppo dei nuovi mercati.

Ultimo, ma non ultimo, le nuove dimensioni della Unione Europea e la prospettiva dei nuovi ingressi rendono sempre più complesso, ricco, problematico il rapporto tra le diversità culturali che compongono l’Unione. L’Europa ha dedicato il 2008 al dialogo interculturale, articolandolo in due priorità: una interna all’ Europa – il dialogo interculturale tra paesi europei – ed una esterna – il dialogo interculturale dell’Europa con il mondo.

I modelli

Storicamente gli studiosi hanno schematizzato alcuni modelli che possono servire per orientare scelte ed azioni, aiutandoci a capire cosa succede e come possiamo pensare il futuro.

Il modello assimilatorio (che molti confondono tragicamente con il suo opposto che è quello dell’integrazione) è sotteso all’esperienza del melting pot nord-americano. (non importa da dove vieni: se accetti il sistema diventi anche tu americano).

Analogamente assimilatorio il modello sottostante alle politiche dell’immigrazione dei paesi europei ex coloniali (Regno Unito, Francia, Germania, Belgio) anche se in questi ultimi ha finito per prevalere il modello multiculturale. Il fallimento di questo modello è stato drammaticamente reso evidente a tutto il mondo da eventi drammatici clamorosi, dalla rivolta dei neri di Chicago, dalla consistente partecipazione all’11 settembre di cittadini britannici con alti livelli di istruzione, alla sollevazione dei francesi della banlieu parigina, alle restrittive norme sulla cittadinanza introdotte in Germania dal governo federale.

In realtà si è rivelato falsa la promessa contenuta in questo modello, ovvero benché colti, con cittadinanza legale, la discriminazione agisce prepotentemente ad altri livelli della società (impiego, livelli direttivi, visibilità sociale) producendo masse di persone frustrate dal non mantenimento di una promessa di pari opportunità nella società. Nel frattempo queste stesse persone hanno aderito alla richiesta di diventare americani, francesi, inglesi, ma di fronte al muro della discriminazione si sentono traditi, frodati dalla società che promette uguaglianza ma coltiva la discriminazione nei fatti. Nel frattempo per ritrovare “una identità” devono costituire sacche marginali della società, o addirittura violentemente contro.

Il modello multiculturale è stato sviluppato in Australia ma particolarmente in Canada, unico paese al mondo che ha inserito il principio nella carta costituzionale. Il multiculturalismo, che in Canada in particolare fu adottato da Trudeau nel 1971, cerca di superare il fallimento del mito del melting pot. Si basa sul riconoscimento della diversità culturale e sul concetto, assai problematico, di comunità. A partire da questi concetti si incentiva lo sviluppo delle comunità e delle forme per il loro riconoscimento (rappresentanza e riconoscimento). Parte di solito dalla constatazione di come alcuni gruppi si sviluppano e crescono nel contesto della società ospitante.

Per la verità, già nella prima immigrazione americana, le esperienze degli italiani e dei cinesi avevano dato luogo a enclave di “comunità” chiuse e molto organizzate. Rese celebri da cinema e letteratura, tuttora rappresentano fascinosi quanto pericolosi clichè: la “China town” e “Little Italy”. “Il multiculturalismo, partendo dal dato di fatto che queste culture esistevano, dette in un certo senso una legittimità alla loro presenza ed identità in seno alla società canadese.

Si potrebbe parlare delle politiche adottate più nello specifico, ma non credo sia utile entrare troppo nel dettaglio se non per dire che non si può ignorare a questo proposito che dietro ad un approccio politico improntato al multiculturalismo c’era la situazione politica della relazione tra il Canada ed il Québec, in cui erano sempre più forti le spinte e i movimenti nazionalisti e separatisti. Il bilinguismo ed il multiculturalismo erano quindi un modo per conciliare questa situazione da parte dell’amministrazione canadese. D’altro canto è stata sollevata una critica al multiculturalismo, in quanto rischia di favorire ed incoraggiare una segregazione, ed a volte una vera e propria ghettizzazione delle comunità e delle culture.”

La segregazione e la ghettizzazione, con tutta la lunghissima serie di ulteriori problemi che l’una e l’altra si portano dietro, sono i rischi più grossi legati allo sviluppo di politiche basate su questo modello. In Italia ne sono una dimostrazione gli insediamenti cinesi di Milano e di Prato con i recenti problemi sociali che qui si sono posti. Sarebbe interessante analizzare queste esperienze andando a guardare quali azioni di governo (o di non governo, che è lo stesso) in termini di politiche urbanistiche e della casa, politiche dell’istruzione, politiche delle attività produttive e del lavoro, politiche culturali e politiche sociali, siano state messi in atto e suscettibili di facilitare o ostacolare tali insediamenti.

Interessante segnalare come questo modello venga, tra l’altro, costantemente e potentemente alimentato dai media, morbosamente appassionati dei luoghi più comuni e più falsi.

L’integrazione come processo sociale 3

Il modello interculturale introduce due concetti basilari che sono l’attualità (ovvero la fenomenologia qui e ora delle relazioni tra persone e gruppi di culture diverse) e la reciprocità delle relazioni tra culture che indica la strada di un mutamento, attraverso un processo dinamico, verso la possibilità di costruire insieme un modello inedito, risultato delle interrelazioni che si stabiliscono. Questo sarebbe più propriamente quello che nella lingua italiana indica la parola integrazione (il processo di costruzione di un intero a partire da parti).

Il termine, anche a causa di un uso non preciso nel passaggio all’inglese e anche al francese, dal suo campo semantico latino ha abbandonato la connotazione processuale per reificarsi nel suo prodotto. Come ci avverte Bateson, il linguaggio a volte non ha termini distinti per indicare il processo distinguendolo dal suo prodotto (ad esempio la parola pensiero indica sia il processo del pensare sia ogni singolo pensiero pensato), producendo una confusione tra livelli logici diversi. La stessa cosa accade per la parola integrazione.

Nei due diversi usi il senso cambia completamente, a seconda che si intenda integrazione come processo oppure come prodotto, stato, condizione finale di un percorso.

Gli effetti possono essere paradossali. Il modello interculturale ci propone un confronto costante e continuo con i temi dell’identità e dell’integrazione, intesa come processo, come contrario della semplice assimilazione. Inoltre la scelta dell’intercultura disegna uno scenario spaziale e temporale, poiché si basa sull’idea che la cultura di un paese, di una città sia il risultato di un processo dinamico, multiforme, collettivo, di lunga durata.

Naturalmente, sono possibili distorsioni e mistificazioni come ci ricorda Kalpana Das, direttrice generale dell’Istituto Interculturale di Montréal “Mentre il Canada ha adottato il multiculturalismo come modello di riferimento, il Québec ha scelto invece la via dell’interculturalismo a livello politico.

Ciò detto, se guardiamo con attenzione ai programmi e a quello che è stato fatto, le differenze non sono poi molte, visto che entrambi fanno leva sull’educazione alla cittadinanza affinché la popolazione non sia segregata ed entri a far parte della cultura dominante, e qui si apre un ulteriore confusione su quale sia questa cultura di riferimento: la cultura popolare del Québec o la cultura popolare così come definita dalle istituzioni Canadesi?”

Da questo punto di vista l’Italia e la sua storia, per quanto paradossale sembri a molti, rappresenta di per sé un prodotto interculturale, con molta buona pace dei rigidi difensori della “vera cultura italiana”. Non solo la convivenza di minoranze linguistiche e culturali, etniche e religiose, ma anche l’emergenza di una cultura nuova e una comune cittadinanza4, addirittura volta verso l’orizzonte di una comune cittadinanza europea.5

Il ruolo dei centri

Riporto una ampia sintesi del rapporto fatto da Angela Giardini nel 2003:

“Questo insieme di attività risponde al forte bisogno, avvertito dagli insegnanti, di possedere una formazione adeguata e di disporre di un utile cassetta degli attrezzi per far fronte alle nuove esigenze indotte dall’immigrazione.

Risponde allo stesso tempo all’aspettativa delle famiglie italiane, e di quelle immigrate, di affidare la formazione dei loro figli ad agenzie in grado di far fronte a questo compito in una società soggetta a notevoli cambiamenti, in modo efficace e non discriminatorio. Alcuni progetti importanti sono stati inoltre avviati sul versante della consulenza alle famiglie in occasione del passaggio dalla scuola media a quella superiore, per agevolare la comprensione delle diverse opportunità esistenti e per rendere possibile una scelta consapevole.

Alcuni di questi centri operano anche nel campo della formazione degli adulti, in stretta collaborazione con gli enti formativi e, soprattutto, con i Centri Territoriali Permanenti, mettendo a disposizione di questi ultimi una forte esperienza, maturata, ad esempio, nel campo dell’insegnamento dell’italiano come lingua seconda, e facendo attenzione a promuovere la corrispondenza fra l’offerta formativa del territorio e i bisogni riscontrati presso le persone immigrate.

Un’ulteriore settore di attività, che è comune anche a molti dei centri che citerò in seguito, riguarda la promozione di convegni, seminari, incontri, sui temi dell’immigrazione, dei diritti umani e dell’educazione alla pace, oltre che del confronto, interculturale ed interreligioso, fra persone di diversa provenienza.

Questi momenti di approfondimento sono rivolti all’insieme della cittadinanza e si rivelano particolarmente utili nel fornire gli strumenti per una migliore conoscenza del fenomeno migratorio, per combatterne la visione, spesso stereotipata e discriminatoria, proposta dai media, oltre che per sconfiggere i sentimenti di insicurezza di molti cittadini italiani, in buona parte dovuti all’ansia e alla preoccupazione generate dall’incontro con lo straniero, percepito come diverso e come ignoto.

Un secondo gruppo di centri ha invece adottato un modello di attività che si sforza di promuovere lo sviluppo di dinamiche relazionali fra associazioni e cittadini, italiani e stranieri, e di promuovere, allo stesso tempo, una maggiore conoscenza del patrimonio culturale e delle consuetudini dei paesi di origine.

E’ in questo gruppo che si osserva quindi una maggiore partecipazione delle associazioni di immigrati e dei cittadini stranieri, anche se in modo variabile fra le diverse esperienze (si va dai centri che fin dalla fase di progettazione hanno coinvolto fortemente le associazioni di immigrati nell’elaborazione del progetto costitutivo, ai centri nei quali le associazioni hanno un ruolo soprattutto consultivo. “

Alcune di queste esperienze scaturiscono dall’iniziativa delle istituzioni (come Mondinsieme per partecipaRE la città, del Comune di Reggio Emilia, il Centro Interculturale “Massimo Zonarelli”, promosso, in primo luogo, dal quartiere San Donato di Bologna, e il Centro Interculturale Spazio Donna, del Comune di Cesena. Cito poi nuovamente, in questo gruppo, la Casa delle Culture diRavenna, in quanto si tratta di un’esperienza che opera sia sul versante del mondo della scuola, sia su quello relazionale e associativo.

Un’altra metà di questo secondo gruppo di centri, nasce invece direttamente dall’azione delle associazioni di volontariato, che poi si sono convenzionate in vario modo con gli enti locali territoriali (mi riferisco a Trama di terre, costituito dall’omonima associazione di Imola, al Centro per la Pace di Forlì, composto da un folto gruppo di associazioni forlivesi, al più piccolo Centro Culturale Internazionale F.I.L.E.F., di Rio Saliceto, promosso dall’omonima associazione, e alla Casa delle Associazioni di Piacenza, unica esperienza condotta solo da immigrati, aspetto che ne determina anche una maggiore debolezza, per la difficoltà di muoversi in modo efficace all’interno delle reti istituzionali, non sempre abbastanza aperte e intelligibili, e di accedere a concreti finanziamenti).

Una delle attività caratteristiche di questi centri riguarda l’offerta di spazi, e di strumentazioni (computer, fotocopiatrice, accesso ad internet), alle associazioni degli immigrati e non, ed ai singoli. In molti casi poi, nell’ambito dei centri, le iniziative delle associazioni sono coordinate fra loro e all’interno dell’offerta più ampia degli interventi.

Questo aspetto dell’attività dei centri risponde ad un duplice bisogno.

In primo luogo dà alle associazioni degli immigrati la possibilità di riunirsi e strutturarsi, trovando anche un supporto per la predisposizione di autonomi progetti di intervento. Aspetto di non poco conto se si considera che nella maggioranza assoluta dei casi le associazioni di immigrati dispongono di molte buone idee ma di pochissimi mezzi.

Le non molte ricerche sulle associazioni di cui disponiamo nel nostro paese mostrano che, sebbene

non si possa parlare compiutamente di una funzione di rappresentanza dell’insieme dei cittadini

immigrati, le associazioni svolgono importanti funzioni in qualità di reti attive di auto-aiuto, soprattutto nei confronti delle frange più deboli dell’immigrazione, come nel caso dei migranti appena giunti, che attraverso lo scambio di informazioni con connazionali, possono più facilmente apprendere ed elaborare i codici della società di accoglienza.

Lo strutturarsi delle associazioni risponde anche, ricordiamolo, ad un bisogno delle istituzioni italiane di trovare degli interlocutori stabili nel complesso e assai vario mondo dell’immigrazione. E l’esperienza di questi anni credo ci abbia mostrato l’emergere di questi soggetti dalle associazioni.” 6

Le attività che oggi i centri fanno sono: corsi italiano (alfabetizzazione, informatica), eventi pubblici, mediazione, laboratori per incontro culture ( cucina, espressione artistica), dialogo interrelligioso, cittadinanza, promozione giovanile/seconde generazioni, comunicazione interculturale, diversità culturale/razzismo, documentazione/biblioteca in lingua, formazione docenti, educazione interculturale (laboratori scuole;coinvolgimento famiglie/scuola ), cooperazione/turismo responsabile, promozione pace, lingua madre, orientamento, sostegno allo studio/dispersione, donne (partecipazione, tutela diritti ecc), orientamento ai migranti, vista sostenibile/consumo critico, memoria.

I punti critici alcuni dei quali sono anche punti di forza e di sviluppo possibile sono: Il ruolo dell’associazionismo La rete di relazioni e la rete dei Centri interculturali, Il coinvolgimento delle donne, Le fonti di finanziamento la marginalità ed autoreferenzialità delle proprie azioni ed istanze, L’inadeguatezza del quadro normativo di riferimento e del riconoscimento politico, Promozione in modo diffuso della formazione e comunicazione interculturale, Riconoscimento dei diritti degli immigrati e dei loro figli (voto amministrativo; cittadinanza, ecc), Investire sulla partecipazione dei giovani e delle nuove generazioni, Investire sulla lingua di origine come strumento di raccordo trans generazionale tra prima immigrazione e nuove generazioni e come competenza sempre più importante per i giovani in uno scenario sociale ed economico transnazionale e si è prodotta nello scambio e nell’incontro tra culture diverse. Tutto ciò è sedimentato nella lingua, nell’arte, nella cucina, nei volti e nell’aspetto stesso delle popolazioni.

Per tutte queste caratteristiche il modello italiano potrebbe essere quello del laboratorio interculturale, così come è stato per alcuni millenni, per la costruzione di una cultura futura.

NOTE

1 Andrea Stuppini, Dirigente della Regione Emilia-Romagna., Rappresentante delle Regioni nel Comitato Tecnico Nazionale sull’immigrazione. Recentemente ha pubblicato su “Il Mulino” n. 3/2009: “Le tasse degli immigrati”
2L’immigrazione straniera in Emilia-Romagna-Edizione 2013 A cura dell’Osservatorio regionale sul fenomeno migratorio (art. 3, L.R. n. 5, 24 marzo 2004)

3“L’integrazione è un processo che inizia nei territori e le politiche di integrazione dovrebbero essere sviluppati con un vero e proprio approccio ‘bottom-up’, a partire dal livello locale. Tali politiche comprendono azioni come il supporto per l’apprendimento delle lingue, misure introduttive, l’accesso all’occupazione, all’istruzione e formazione professionale e la lotta contro la discriminazione, che sono tutte volte ad aumentare la partecipazione dei migranti nella società.” Agenda europea per l’integrazione dei cittadini di paesi terzi “, comunicazione della Commissione Europea, luglio 2011

4 Nella Costituzione (Italiana) si trova la sintesi formale di questo comune sentire popolare come risultato della convergenza di diverse tradizioni politiche su una visione condivisa di persona e società. L’assunto di tale visione, che vogliamo definire dell’Identità Aperta, è la consapevolezza di un livello elementare di esperienza comune a tutti gli uomini, che abbatte gli steccati delle ideologie ed è premessa per un incontro sincero e per una accoglienza all’interno dell’alveo tramandato dai nostri padri. Si tratta, dunque, di una lettura dell’umana vicenda che supera, da un lato, l’impostazione multiculturalista (per la quale le differenti culture per convivere debbono rimanere giustapposte e perfettamente divise), e, dall’altro, la matrice assimilazionista (che mira alla neutralizzazione delle tradizioni presenti in un ambito sociale a vantaggio di quella che ospita le altre). Entrambe le visioni, frutto di un pensiero relativista che di fatto ritiene impossibile l’incontro, portano a una ghettizzazione perfetta, inesorabile premessa del conflitto sociale come già verificato in molti altri Paesi. ITALIA 2020 – Piano per l’integrazione nella sicurezza – Identità e Incontro, Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Ministero dell’interno, Ministero dell’istruzione, dell’università e della ricerca, 10 giugno 2010

5 Matilde Callari Galli, intervento al convegno “Investire sulla diversità”, 14 dicembre 2013, Sala Farnese, Bologna

6 I centri interculturali in Emilia-Romagna. Un progetto di ricerca-azione per una territorialità attiva di Paola Bonora e Angela Giardini

da F. Amelii, R. Cecchini (a cura) INVESTIRE NELLA DIVERSITÀ Una fotografia della rete dei centri interculturali dell’Emilia-Romagna, Regione Emilia-Romagna, 2014